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Articolo su rivista Dislessia

Sul numero di ottobre 2014 della rivista scientifica "Dislessia" è stato pubblicata la descrizione dello studio che la Waf Onlus, citata nei ringraziamenti a fine articolo, ha in parte finanziato sul tema dei disturbi di apprendimento.

 

Fonte (Luoni et al. (2014), Identificazione delle difficoltà di apprendimento: il possibile ruolo del pediatra, Dislessia Vol. 11, n. 3, pp. 313-323, Trento, Erickson) e l’inserimento del link alla nostra pagina di presentazione della rivista: Dislessia. Giornale italiano di ricerca clinica e applicativa

 

il closlieu

UN ATELIER DI PITTURA INSOLITO: IL CLOSLIEU

 Il closlieu è un ambiente ideato da Arno Stern, geniale pensatore francese, che da 60 anni lo utilizza per fornire a persone di ogni età un’esperienza non paragonabile ad altri spazi creativi.

 Il “gioco del colore” ha  regole formali che facilitano l’uso dei materiali ed è assolutamente liberatorio rispetto alla produzione.

In ogni periodo della vita il closlieu rappresenta uno spazio fisico ed emotivo dove è assente la competizione, dove l’incontro con le persone è conciliato con l’espressione libera di sé.

 

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Orissa: pericolo bauxite per indigeni e foreste (by AmnestyInternational)

Lanjigarh, India, la minaccia arriva dallo "stagno di fango rosso"
Pubblicato il 03/06/2011 da Virginia by AmnestyInternational


La Vedanta e la sua miniera di bauxite a Lanjigarh, nello stato indiano dell'Orissa, non smettono di essere una minaccia per le 4-5000 famiglie che abitano in questa zona.
Mentre la discussa richiesta dell'azienda di ampliare la raffineria di bauxite è attualmente all'esame dell'Alta corte dell'Orissa, dopo che il ministero dell'Ambiente e delle Foreste, nell'ottobre del 2010 l'aveva respinta, sostenendo che il progetto aveva violato le leggi ambientali del paese, adesso è il deposito di rifiuti della raffineria a minare la salute di migliaia di persone, soprattutto in vista dell'imminente stagione dei monsoni.
Le piogge, infatti, potrebbero causare fuoriuscite dallo "stagno di fango rosso" mettendo a serio rischio la salute di queste persone.
Da questo "stagno di fango rosso", circa 28 ettari di residui tossici, compresi anche componenti radioattivi provenienti dal processo di raffinazione della bauxite, ci sono già state due fuoriuscite, come dimostra il video girato dagli abitanti del posto. Della loro pericolosità per la salute ne abbiamo già avuto prova lo scorso anno in Ungheria, quando stesse fuoriuscite, riversatesi nel Danubio, avevano causato morti, feriti gravi e danni ambientali.
La raffineria della Vedanta e lo stagno di fango rosso sono situati a solo un chilometro dal fiume Vamsadhara, la principale fonte d'acqua della regione; quattro villaggi sono molto vicini alla raffineria e altri otto sono a valle del fiume. Probabilmente è per questo motivo che ilComitato di controllo dell'inquinamento dello stato dell' Orissa ha, tra il 2007 e il 2009, sottolineato le sue preoccupazioni sul progetto dello stagno e sulla sua manutenzione, portando prove di fughe di acque reflue alcaline dallo stagno. L'11 maggio, ha visitato Lanjigarh per analizzare la situazione, ma non ha reso pubblici i risultati.
Intanto nei 12 villaggi, la gente teme per la propria salute; ha protestato per non aver ricevuto alcuna informazione né dal governo né dalla Vedanta sulle eventuali misure adottate per evitare ulteriori perdite. La compagnia ha anche negato che vi siano state fuoriuscite, anche se sembra che sia intervenuta sulle aree colpite.
Non siamo a conoscenza di tentativi fatti dalla compagnia per valutare il livello di contaminazione della terra e delle acque causata dalle fuoriuscite o per bonificare la aree danneggiate. Chiediamo, pertanto, alla Vedanta di smettere di riversare rifiuti nel bacino e chiarire quali misure intende adottare per evitare un potenziale disastro per le migliaia di famiglie che vivono nelle vicinanze.

 

Genocidio silenzioso in India

GENOCIDIO SILENZIOSO
India, continua la strage delle bambine
E' la profonda piaga degli aborti selettivi
Ogni mille maschi nati, solo 914 femmine. L'orrore diffuso della selezione per sessi continua ad essere un problema in molti stati del subcontinente indiano. Un fenomeno che diventa drammatico in stati come Jammu e Kashmir. E non è solo per rgaioni legate alla povertà: ci sono di mezzo motivi legati a profondi e radicatissimi sedimenti culturali che diverse Ong cercano di sradicare
di EMANUELA STELLA


ROMA - Quarant'anni di campagne di sensibilizzazione e una raffica di leggi non sono servite a contrastare il forte squilibrio tra i sessi in India, dove i dati dell'ultimo censimento indicano che per ogni mille maschietti al di sotto dei sei anni le femmine sono solo 914 (la cifra nel censimento di dieci anni fa era 927, quella del 1991 era 945). Questo genocidio silenzioso delle bambine preoccupa le autorità, visto che anche nelle regioni in cui il rapporto maschi/femmine era normale si comincia a registrare uno squilibrio ai danni delle bambine analogo a quello che si riscontra negli stati di Gujarat, Haryana e Punjab, dove l'aborto selettivo e l'infanticidio delle neonate sono pratica diffusa. E il leggero miglioramento che si è registrato negli stati nordoccidentali viene vanificato dal sensibile aggravamento della situazione in molte altre zone.

 

Eliminata una ogni otto. Il fenomeno è particolarmente drammatico negli stati di Jammu e Kashmir, nell'India meridionale e orientale, dove "manca all'appello" una bambina su otto. E corresponsabile di questa strage silenziosa è una preziosa apparecchiatura, quella per l'ecografia uterina, che paradossalmente è stata pensata per salvare le vite, non per sopprimerle sul nascere se sono del sesso "sbagliato". Secondo le proiezioni, in capo a vent'anni in India vi saranno 12 maschi ogni 10 femmine. La preferenza per i figli maschi ha radici culturali ed economiche (è il figlio quello che si incarica di mantenere i genitori anziani) e uno dei motivi del genocidio delle femmine risiede certamente nel calo della fertilità: se si fanno meno figli, si vuole che siano maschi.

Il ruolo della borghesia emergente. Secondo Therese Hesketh dell'Institute of child health di Londra 1, autrice di un rapporto sull'impatto della selezione di genere in Cina, India e Corea del sud, "in altre zone dell'Asia si assiste a una diminuzione del ricorso a questo tipo di aborto, di pari passo con il consolidamento di una borghesia emergente, mentre in India l'aborto selettivo, sebbene illegale, viene tuttora praticato, con la complicità dei medici, in cliniche e ospedali, non nei tuguri dei vicoli". In India c'è un soprannumero di laureati in medicina, per i quali l'unico impiego disponibile è spesso l'aborto selettivo.

Il governo distratto. Sabu Gorge, attivista del CEHAT (Centre for Enquiry Into Health and Allied Themes 2), ha detto al "Times" che il governo trascura di far applicare le leggi, che pure esistono, contro la determinazione del sesso prima della nascita: "Il numero delle cliniche che forniscono ecografie è notevolmente cresciuto, in India, raggiungendo la cifra di 40mila: eppure la commissione incaricata di sovrintendere all'impiego di questa tecnologia non si riunisce da tre anni", ha sottolineato. A Delhi e nelle altre grandi città chi può permetterselo paga fino a 10mila rupie (150 euro) per una ecografia illegale: e l'avvento degli ecografi portatili fa sì che nei villaggi si possa conoscere il sesso del nascituro per sole 300 rupie. "Questi dati confermano le nostre peggiori paure, - ha detto ad "Avvenire" Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia 3. - La diminuzione del numero di bambine ha avuto un picco significativo nel 1980, in seguito all'introduzione dell'ecografia che permetteva alle donne di trovare prima una 'soluzione' alla costante pressione di avere un figlio maschio, attraverso la terribile prassi degli aborti selettivi. Ma da allora la situazione è peggiorata".

La povertà non è l'unica ragione. Prosegue De Ponte: "I dati dimostrano infatti che il numero più alto di 'missing girls' si registra nelle aree urbane e tra le famiglie appartenenti alle caste più alte o che vivono nelle zone più ricche del paese. Tutto ciò in un subcontinente in cui le donne sono vittime di continue discriminazioni e violenze, e spesso non vedono garantito l'accesso alla terra e alle risorse di cui necessitano per vivere".
Perseguire chi compie aborti selettivi è molto arduo. Ha fatto scalpore, il mese scorso, la condanna di cinque medici che avevano eseguito ecografie illegali a Gurgaon, un sobborgo residenziale di Delhi. Ma si tratta di un caso avviato nel 2003, e l'ammenda comminata a conclusione del processo è stata di mille rupie, nemmeno un decimo di quanto frutta una ecografia sul mercato nero.

Lo squilibrio numerico maschi-femmine. Molte sono le iniziative che puntano a contrastare e denunciare pubblicamente questo stato di cose: un villaggio indiano ha preso l'abitudine di piantare un boschetto di alberi di mango ogni volta che viene al mondo una bambina, e i proventi della vendita dei frutti andranno a costituire la sua dote. Nello stato di Haryana due ong hanno avviato un progetto che prevede il finanziamento di servizi igienici destinati alle famiglie con figlie. Ma è necessario molto tempo e fatica per modificare le mentalità; e la situazione demografica (e sociale) che si profila è preoccupante, considerando che in Cina, nel 2005, si calcolava che fossero nati un milione centomila maschi "in eccesso" e che il numero dei maschi al di sotto dei vent'anni superasse di oltre 32 milioni quello delle femmine.

La Repubblica (27 aprile 2011) © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Johan Galtung. Pace con mezzi pacifici

VENERDÌ 17 DICEMBRE 2010

Johan Galtung. Pace con mezzi pacifici (Senza violenza2)

Il norvegese Johan Galtung (1930), fondatore nel 1959 dell’International Peace Research Institut e della rete Transcend per la risoluzione dei conflitti, di formazione è sociologo e matematico. Le sue opere ammontano a qualcosa come 95 libri e oltre 1000 articoli.

Numerose sono le situazioni nelle quali le istituzioni internazionali si sono rivolte a lui per consulenze tecniche in fatto di mediazioni di conflitti.

 Il padre e il nonno di del professor Galtung erano medici, sua madre un’infermiera: «La mia intera famiglia era dedita alla cura della malattia. Ciò mi ha educato alla credenza ottimistica che ogni problema può essere risolto» (Intervista1).

Anziché diventare un dottore che cura le malattie del corpo, Galtung divenne uno studioso delle malattie che affliggono la razza umana nel suo complesso: la guerra e la violenza. Galtung ha infatti inventato un nuovo settore di studi delle scienze sociali la peace research, una disciplina che si sta affermando nelle Università di tutto il mondo e da ultimo, lentamente, anche in Italia.

Di primo acchito può forse sfuggire l’innovazione apportata da Galtung alle scienze umane, ma è sufficiente osservare che prima di Galtung non esistevano centri di studi sulla pace. Certamente esistevano studiosi di problemi militari. Ma definire la pace come assenza di guerra è secondo Galtung come definire la salute come assenza di malattia: significa perdere interamente di vista  che cos’è che rende salute la salute, e come essa funzioni.

Il punto di forza del pensiero di Galtung è quello di avere fatto della pace un concetto ben determinato, anzi un intero vastissimo campo di ricerche. Sua è la distinzione del concetto di pace in pace negativa (assenza di guerre), positiva(tensione verso una società più giusta), nonviolenta (superamento delle ingiustizie con mezzi nonviolenti).

Per chi pensasse al professor Galtung come a un compassato accademico, ecco un episodio che mostra come anche i teorici sappiano essere coerenti con le loro idee a prezzo di rischi personali. Nel 1968 durante una conferenza nella Germania dell’est iniziò a criticare l’intervento militare del Patto di Varsavia a Praga, nella primavera dello stesso anno : venne subito afferrato braccia e gambe da due robusti uomini vestiti di nero e trasportato via di peso. Siccome il microfono era acceso continuò a parlare per un certo tempo, poi fu infilato su un’auto e portato all’aereoporto.

L’indagine di Galtung sulla pace e la nonviolenza parte da Gandhi e passa per il buddismo, che gli appare come l’unica filosofia in grado di spiegare pienamente l’essenza della pace. Ma il sincretismo proprio del suo stile di pensiero lo porta a ricercare idee interessanti e feconde in ogni orizzonte culturale: «In quanto norvegese, sono molto più pragmatico di un francese o dei tedeschi. Mi sembra naturale prendere una cosa qui, un’altra là, e mescolarle. Conoscendo un po’ le religioni, ho trovato qualche idea meravigliosa e affascinante che posso usare come riferimento nella mia vita. [...] Non credo nelle barriere. È molto più eccitante non curarsi delle barriere e scoprire vaste aree di saggezza...» (Intervista2).

L’attività di Galtung non è puramente accademica, perché il suo ruolo di consulente in situazioni di conflitto ha spesso portato a risultati concreti. Per esempio, in un dissidio relativo alla linea di frontiera fra Perù ed Ecuador. La proposta di Galtung constava di quattro parole (pare che le soluzioni ai conflitti debbano poter essere formulate così): area binazionale, parco naturale. Proposta accettata.

Il segreto dell’arte della mediazione nonviolenta? «In primo luogo identificare i partecipanti, fare una ricognizione dei loro obiettivi,  e trovare le loro contraddizioni ; in secondo luogo distinguere fra obiettivi legittimi e illegittimi ; infine costruire ponti fra rispettive posizioni legittime» (intervista2).

È il concetto di costruzione di ponti a dover guidare la mediazione. Normalmente si parla di compromessi, ma la parola, anche in italiano, ha una connotazione negativa, implica l’idea che nella migliore delle ipotesi ci sia una perdita del 50% per ciascuna delle parti. Ma la mediazione può far emergere nuove possibilità (come l’area binazionale fra Perù ed Ecuador trasformata in parco naturale), ci si può accorgere che la situazione non è necessariamente un “gioco a somma zero” dove quello che guadagna l’uno lo perde l’altro.

Nelle numerose esperienze concrete di mediazione fatte da Galtung, alcune si sono concluse bene, altre no. Ma nella prospettiva del mediatore di conflitti, un fallimento non è un punto conclusivo.

La regola da seguire? Dialogare, dialogare e ancora dialogare.

 

 

Donne d'Africa: candidate al Nobel per la Pace

SOLIDARIETA'
Donne, spina dorsale d'Africa
"A loro il Nobel per la Pace"

La sfida della campagna "Noppaw" (Nobel Peace Prize for Africa Woman) che si propone di candidare le donne del Continente Nero al prestigioso riconoscimento: lavorano, producono, sono fondamentali nella vita sociale e non hanno quasi diritti...
di EMANUELA STELLA

 Sono la spina dorsale di un continente che cammina con i loro piedi. Sono le donne africane, che in tutti i settori della vita, dalla cura della famiglia all'economia, alla politica alla cultura, all'impegno ambientale, assicurano un futuro ai loro figli in paesi ostaggio di guerra, povertà e malattie. Perché il loro ruolo sia formalmente e ufficialmente riconosciuto è nata una campagna internazionale per l'assegnazione del premio Nobel per la pace 2011 alle donne africane, che possono divenire un investimento per il presente e il futuro non solo dell'Africa ma del mondo intero.

E' l'ambiziosa sfida della Campagna Noppaw (Nobel Peace Prize for African Women) 1, promossa dalla Cooperazione italiana insieme a Cooperazione Cipsi e a ChiAma l'Africa. L'obiettivo è raccogliere due milioni di firme attraverso il sito web e la pagina facebook. La macchina organizzativa procede a pieno ritmo: un dossier con le storie di vita, di sofferenza e di riscatto di 150 donne del continente è stato già inviato al comitato promotore di Oslo, insieme alla richiesta ufficiale della candidatura e alle 35mila firme raccolte finora in tutto il mondo.

In Africa sono in maggioranza le donne a lavorare i campi. Ad esse, che controllano il 70% della produzione agricola, che producono l'80% dei beni di consumo e assicurano il 90% della loro commercializzazione, è quasi sempre impedito di possedere un pezzo di terra. Ma sono milioni le donne in tutto il continente che, in città, hanno imparato a sopravvivere inventandosi attività produttive e commerciali. In Africa Occidentale il prêt-à-porter è per il 95% in mano alle donne. E là dove la tradizione crea barriere o limiti, l'intraprendenza e l'intelligenza delle donne riescono a spuntarla, grazie a un forte spirito di solidarietà. A Lomé i grandi commercianti di pesce sono donne, che possiedono anche due terzi dei pescherecci. Senza l'oggi delle donne non ci sarebbe nessun domani per l'Africa. E' indiscutibile il progresso che le donne africane hanno compiuto nella vita politica, economica e culturale a tutti i livelli. Ma non è che una goccia nell'oceano nella valorizzazione delle loro capacità e del loro impegno, e molta strada resta ancora da fare.

 

Come sottolinea la teologa femminista Hélène Yinda, secondo la quale la violenza è "il letto quotidiano dei nostri singhiozzi", "la sopraffazione fisica e l'ignoranza nella quale le donne sono tenute costituisce tuttora il principale ostacolo verso una piena dignità". La loro povertà cronica, "nel mondo del re denaro", ne perpetua l'asservimento, come fanno le arcaiche consuetudini sociali, dalle mutilazioni genitali ai matrimoni forzati imposti alle bambine, dalla poligamia al levirato (che costringe una vedova a sposare il cognato o il parente più prossimo di suo marito). "Chi è nata e cresciuta in Africa è consapevole da subito delle difficili e ardue sfide cui una donna è sottoposta ogni giorno - osserva Angela Chepkoech Cheboryot, infermiera. - Vengo dal Kenya e dal luglio del 2007 lavoro in Sud Sudan come infermiera. Qui le donne sono viste come eventi funesti capitati all'umanità. A loro non è concesso di andare a scuola, e sono condannate fin dalla tenera età ad occuparsi dei lavori domestici. Sono costrette ad accettare un matrimonio poligamo sposandosi con uomini molto più anziani di loro, che hanno la possibilità di pagare un alto prezzo ai loro padri. Una ragazza in questa condizione non ha né scelta né voce, deve solo subire abusi senza che sia presa in considerazione la sua volontà. Il mio compito è quello di istruire le donne su una corretta alimentazione, sull'uso di acqua potabile e il consumo di cibi sani, sulla prevenzione sanitaria, sulla cura delle malattie e sull'assistenza al parto. Ho imparato la loro lingua e condivido le loro sofferenze: una volta sono stata frustata per aver avviato la somministrazione di vaccini in una zona militare".
La Repubblica (16 marzo 2011)                                                     © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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